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sabato 14 marzo 2015

Il neonato non respira, i genitori lo stringono in un abbraccio: e avviene il miracolo

La gioia della nascita che si trasforma in incubo, il bimbo appena venuto al mondo che non respira. Ma per Kate e David Ogg, una coppia del Queensland, quell'incubo si è a sua volta trasformato in un miracolo. È il 25 marzo del 2010, quando Kate dà alla luce due gemellini, Emily e Jamie, ma per il maschietto sembrano esserci dei problemi. Il piccolo non respira e dopo 20 minuti di tentativi anche l'equipe medica decide di rinunciare. 


In quel triste momento mamma Kate chiede di poter abbracciare quel corpicino senza vita, visto che sarà l'ultima volta in cui potrebbe farlo. Poi chiede anche al marito David di aiutarla e i due si stringono in un abbraccio pieno d'amore. Così tanto amore che il piccolo Jamie torna a respirare, piange e grida, è vivo.  Adesso Jamie ed Emiliy hanno cinque anni, ma la famiglia Ogg ha voluto raccontare la loro storia per aiutare le famiglie colpite dallo stesso dramma e anche per lanciare un forte messaggio. L'amore può essere più forte anche della morte.

giovedì 5 marzo 2015

Il primo uomo è più vecchio di 700mila anni. Due studi anticipano la nostra 'nascita'

L'uomo è più antico di quasi 700.000 anni. Il genere Homo è infatti comparso circa 2,8 milioni di anni fa e a spostare indietro le lancette dell'evoluzione umana sono due studi pubblicati sulle riviste Science e Nature. 
 Il primo, dell'Università dell'Arizona, descrive un fossile recentemente scoperto in Etiopia; il secondo, dell'Istituto Max Planck di Lipsia, analizza con tecniche moderne fossili trovati negli anni '50. 




«I due studi anticipano la comparsa del genere Homo di quasi 700.000 anni», ha spiegato all'ANSA il paleontologo Lorenzo Rook, dell'Università di Firenze. «Non si tratta di uno stravolgimento di quanto sapevamo finora - ha aggiunto - ma questi nuovi dettagli arricchiscono il quadro delle conoscenze che avevamo sull'evoluzione dell'uomo».  La nuova datazione della comparsa dei nostri progenitori, dai quali deriva l'uomo moderno, arriva da due studi che, percorrendo strade completamente diverse giungono alle stesse conclusioni. Il primo si basa sul fossile di Homo con caratteristiche 'primitive' ma già ben differenziato dai progenitori Australopiteci, scoperto nel 2013 in Etiopia nel sito di Ledi-Geraru. Si tratta della più antica testimonianza diretta dell'esistenza di un rappresentante del genere Homo, che sposta le lancette dell'evoluzione umana indietro nel tempo a circa 2,8 milioni di anni fa.  Il secondo studio, pubblicato su Nature, è invece la revisione, con tecniche moderne come la tomografia computerizzata e tecnologie di visualizzazione 3D, di reperti già noti rinvenuti negli anni '50. Alla luce di entrambe le ricerche i ricercatori concludono che la comparsa dei primi Homo, un nuovo 'ramo' nato dagli Australopiteci, deve essere retrodatato rispetto a quanto stimato finora.  Il nuovo 'calendario' si accorda perfettamente con il fossile di Ledi-Geraru. «Si tratta di due studi molto diversi, che si rafforzano a vicenda», ha spiegato Rook. «Uno - ha concluso il ricercatore italiano - mette in risalto quanto sia importante la ricerca sul campo di nuovi resti, l'altro evidenzia il potenziale dell'uso delle nuove tecniche su materiali 'da museo', scoperti anni fa ma che possono ancora dare molte preziose informazioni».